Il prossimo 28 luglio, come ogni anno, si celebra la Giornata mondiale delle epatiti promossa dall’Oms per incentivare un maggiore impegno nella lotta alle epatiti virali. Le priorità oggi riguardano un’accelerazione delle regioni nei programmi di screening per l’epatite C, l’ampliamento della prevenzione nei confronti dell’epatite B, l’approvazione della nuova terapia per l’epatite Delta. Queste epatiti costituiscono una minaccia per la salute pubblica: possono rimanere a lungo latenti, ma, quando cronicizzano, provocano complicanze nel tempo anche fatali come cirrosi e epatocarcinoma. L’epatite B può essere prevenuta con il vaccino; l’Hcv, grazie ai nuovi farmaci antivirali ad azione diretta (DAA), si può eradicare definitivamente, in tempi rapidi e senza effetti collaterali; per l’epatite Delta è pronto un nuovo farmaco con ottime prospettive cliniche.

Politici e climici al ministero per nuove strategie

Il ministero della Salute ha ospitato l’incontro istituzionale Epatiti virali, una priorità da non trascurare, patrocinato dalle società scientifiche Aisf e Simit, organizzato con il contributo non condizionante di Gilead Sciences. Dopo l’introduzione del professor Claudio Mastroianni, presidente Simit, moderati dal giornalista scientifico Daniel Della Seta sono intervenuti Pierpaolo Sileri, sottosegretario alla Salute, il professor Giovanni Rezza, direttore generale prevenzione del ministero della Salute, Anna Rita Ciccaglione, primo ricercatore del dipartimento malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità. Ad arricchire il dibattito gli interventi di Maria Buti, european policy councillor della European association for the study of the liver, e Loreta Kondili, del Centro nazionale salute globale dell’Istituto superiore di sanità.

Eliminare epatiti entro il 2030

“Il tema delle epatiti è all’attenzione del ministero della Salute e del governo – sottolinea il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri –. L’obiettivo posto dall’Oms di eliminare l’epatite C entro il 2030 è ambizioso, ma realizzabile nel nostro Paese con l’impegno condiviso di tutte le parti interessate, dal governo centrale alle Regioni, a cui sono stati già erogati 71,5 milioni di euro previsti dalla legge di bilancio del 2019 per questo scopo. Alla fine dello scorso mese di aprile è stato istituito un gruppo tecnico di coordinamento, monitoraggio e malutazione dello screening nazionale gratuito per Hcv. Questo gruppo ha lo scopo principale di coordinare le attività che si stanno avviando a livello regionale, fornendo indicazioni operative, garantendo la comunicazione tra i vari referenti, producendo materiale di comunicazione da mettere a disposizione degli enti interessati. Il gruppo avrà anche il fondamentale compito di monitoraggio e valutazione dei risultati raggiunti attraverso la definizione e il calcolo di opportuni indicatori”.

Le sfide

“Le diverse epatiti richiedono azioni ad hoc – ha sottolineato il professor Alessio Aghemo –. Le esigenze comuni a tutte, soprattutto le più gravi – Hbv, Hcv, Hdv – sono prevenzione, identificazione, trattamento. La prevenzione riguarda un intervento complessivo su tutti i fattori che hanno un effetto negativo sulla salute del fegato: consumo di alcolici, obesità, controlli regolari. L’identificazione dei malati richiede delle capillari campagne di screening, soprattutto per l’epatite C, per la quale vi è lo stanziamento di 71,5 milioni per lo screening gratuito per fasce di età e in popolazioni chiave, ma l’implementazione delle azioni da mettere in atto non sono attivate in tutte le Regioni. Per l’epatite B l’Italia è un esempio, vista la vaccinazione obbligatoria alla nascita introdotta nel 1991, grazie alla quale il virus è quasi assente nella popolazione under 40, sebbene si riscontri ancora in altre fasce anagrafiche e in soggetti non nati in Italia. Sul trattamento ci sono due discorsi distinti: per l’Hcv esistono terapie risolutive, ma il problema è nell’identificazione del sommerso; per l’epatite Delta il nuovo farmaco bulevirtide, unico per meccanismo d’azione e somministrazione, permette di trattare anche senza interferone pazienti che prima non potevano ricevere alcuna terapia, ma deve essere approvato in tempi rapidi affinché possa essere utilizzato”.

Calo dei trattamenti

Come riportato dai dati Aifa, se al 3 gennaio i pazienti avviati al trattamento per l’epatite C erano 232.004, al 4 luglio sono 239.161: poco più di 7mila. Un trend che lascia prevedere un totale di circa 14-15mila trattamenti in un anno, molti di meno rispetto al triennio precedente alla pandemia. “L’Italia è ancora in linea con l’obiettivo dell’Oms di eliminare l’epatite C entro il 2030, ma occorre uno sforzo in più – ribadisce il professor Claudio Mastroianni –. È fondamentale lo screening, anche perché la terapia, oltre a curare il paziente, diventa anche un importante mezzo di prevenzione per bloccare la trasmissione del virus. In questa fase bisogna muoversi in molteplici direzioni: anzitutto, si devono implementare a livello regionale tutte le politiche di screening su popolazioni target come detenuti presso gli istituti penitenziari e persone seguite dai servizi pubblici per le dipendenze (SerD), e far emergere il sommerso nelle fasce d’età previste nel decreto ministeriale. A queste politiche, solo in parte attuate, si dovrebbe aggiungere uno screening opportunistico, per cui si effettua un test ogniqualvolta una persona abbia la possibilità di farlo; ancora oggi vengono scoperti soggetti in fase avanzata di malattie epatica. Inoltre, è necessario prorogare la scadenza dei fondi stanziati per lo screening, che scadono il 31 dicembre 2022”.

L’epatite Delta

Il virus dell’epatite Delta, scoperto nel 1977 dal professor Mario Rizzetto, causa la forma più severa di tutti i virus epatitici. Questa epatite si manifesta solo nelle persone affette da Epatite B e purtroppo non ci sono dati accurati sulla prevalenza sia nel mondo che in Italia, anche per la mancanza di una terapia efficace. “Grazie alla vaccinazione contro l’epatite B, le persone fino a 40 anni sono immuni all’infezione sia da epatite B che da epatite Delta – spiega la professoressa Loreta Kondili –. Tuttavia, i flussi migratori verso l’Italia da zone ad elevata prevalenza di Hbv (Asia, Africa ed Est Europa) hanno influenzato l’epidemiologia dell’infezione Delta in Italia. La piattaforma italiana per lo studio delle terapie delle epatiti virali ha riscontrato uno scenario epidemiologico clinico attualizzato in cui i pazienti nati in Italia sono più anziani, hanno una malattia del fegato avanzata, da dover ricorrere spesso a trapianto di fegato, e molte altre comorbidità; le persone migrate in Italia, invece, sono spesso giovani, con una malattia di fegato in rapida progressione e con un elevato rischio di gravi conseguenze sin dalla giovane età. I nuovi antivirali contro l’infezione da virus dell’epatite Delta permettono nuove prospettive ottimistiche di cura. Pertanto, serve una diagnosi precoce a cui far seguire un’appropriata terapia antivirale per diminuire l’elevato impatto clinico ed economico sul Ssn della malattia da virus dell’epatite B e Delta”.

Epatiti ma non solo

A completare il quadro delle epatiti, vi sono la A e la E, forme autolimitanti, trasmissibili per via oro-fecale. Non provocano problemi particolari, tranne rari casi. Per l’epatite A sono disponibili due vaccini, raccomandati soprattutto per i soggetti a rischio: chi viaggia in Paesi dove l’infezione è endemica, chi lavora in ambienti a contatto con il virus, tossicodipendenti, contatti familiari di chi ha l’epatite A. L’epatite E può destare apprensione in gravidanza o nei soggetti immunocompromessi, principio che vale per ogni patologia. Dopo un picco di casi nel 2019, in Italia vi è stata una costante riduzione. Negli ultimi mesi il discorso delle epatiti si è allargato all’epatite acuta severa di origine sconosciuta nei bambini, posta sotto osservazione dell’Oms: dopo i cluster in Alabama e Scozia, non sono stati ravvisati aspetti preoccupanti, e anche in Italia non è segnalato un aumento dei casi rispetto alle previsioni.