HIV ed epatite C: sono questi i virus meno visibili che mantengono numeri elevati e conseguenze potenzialmente molto gravi. Occorre attrezzarsi per contrastarli oltre alle politiche contro il Sars-Cov-2, servendosi delle lezione imparata. Gli strumenti ci sono: le nuove terapie consentono di eradicare in maniera definitiva, in poche settimane e senza effetti collaterali l’epatite C. L’HIV invece si può controllare, cronicizzando l’infezione e rendendo la durata e la qualità della vita della popolazione infetta analoga in larga parte a quella della popolazione generale. Affinché si possa intervenire con le terapie è però necessario individuare i soggetti con l’infezione ancora latente: un passaggio per cui il ruolo del medico di medicina generale può rivelarsi fondamentale. Da questa esigenza nasce una nuova convergenza tra la Società italiana di medicina generale e delle cure primarie e la Società italiana di malattie infettive e tropicali.

Lo scenario attuale

Tra gli effetti della pandemia da Sars-Cov-2 vi è anche la riduzione degli accessi ai programmi di prevenzione, di diagnosi precoce e di screening. Un peso che grava soprattutto sull’impiego dei fondi stanziati nel 2020 dallo Stato, che dovrebbero essere investiti dalle Regioni in progetti volti a far emergere il sommerso dell’epatite C nella coorte dei nati dal 1969 al 1989, nella popolazione carceraria e tra gli utenti dei Serd, per poi indirizzarli alla cura. Inoltre, il Piano nazionale Aids varato nell’ottobre del 2017 è rimasto in larga misura irrealizzato. Visto che si suppone di dover convivere ancora a lungo con il Covid-19, diventa necessario prospettare nuovi modelli di intervento in questo contesto culturale e sanitario.

Le conseguenze del Covid

“Oltre alla morbilità e mortalità direttamente provocata dall’infezione dal Sars-CoV-2, ci saranno conseguenze sulle diagnosi e sui trattamenti dell’infezione da HCV e delle malattie correlate, come cirrosi epatica ed epatocarcinoma – sottolinea Loreta Kondili, ricercatore medico responsabile del Progetto Piter dell’Istituto superiore di sanità –. In Italia, per soli sei mesi di ritardo, ci saranno in 5 anni oltre 500 morti da malattia del fegato HCV correlata, del tutto evitabili se i ritmi dei trattamenti si ripristinassero prontamente. Si stima che il rapido avvio dei trattamenti delle nuove infezioni, che potrebbero essere diagnosticate con gli screening per scoprire il sommerso da HCV, eviterà in 20 anni 7769 eventi clinici infausti, come cancro del fegato, insufficienza epatica, la necessità di trapianto del fegato e morte HCV correlata, per 10.000 pazienti trattati. A questi vantaggi sanitari, si aggiungerà anche un risparmio di 838.73 milioni di euro per il Servizio sanitario nazionale. Nel perseguire la strategia di controllo dell’infezione e della malattia da Covid-19, la diagnosi dell’infezione da HCV e la cura per eliminarlo dovrebbe essere quindi ripristinata con priorità”.

Per il video servizio:https://youtu.be/3P0D0I73RX4