Terminato il Giubileo emerge un dato che preoccupa istituzioni, clinici e operatori sociali: una parte significativa delle persone più fragili non riesce a intercettare infezioni e patologie di varia natura. Senza diagnosi adeguate, non vi è assistenza, presa in carico e, pur in presenza di trattamenti estremamente efficaci, le opportune terapie non vengono somministrate. Tra persone senza fissa dimora, con dipendenze, migranti, detenuti e cittadini in condizioni di grave marginalità, Hiv, epatiti virali, tubercolosi e malattie cardiovascolari rimangono spesso non diagnosticate, per poi presentarsi in fase avanzata. Una situazione che potrebbe essere evitata con screening gratuiti, test rapidi e percorsi di prevenzione facilmente accessibili, portati nei luoghi dove queste persone vivono. A partire da questo allarme, ispirato dalla IX Giornata mondiale dei poveri dello scorso 16 novembre, ha preso forma il convegno istituzionale “Dignitas Curae: per un nuovo Umanesimo nella ricerca. Il volto della cura per la sanità del futuro”, organizzato da Aristea International presso l’Università Guglielmo Marconi di Roma con il contributo non condizionante di Gilead Sciences.

Trasformare le buone pratiche in politiche strutturali

La fotografia emersa dall’anno giubilare e dal confronto tra medici, istituzioni e realtà sociali è chiara: la prevenzione salva la vita solo se riesce a raggiungere chi oggi è invisibile ai servizi. Per questo, i partecipanti alla Giornata concordano sulla necessità di trasformare in linee strutturali le esperienze maturate in questi mesi. Le priorità indicate riguardano l’ampliamento degli screening territoriali per Hiv, epatiti, Tbc e patologie cardiovascolari; il potenziamento di ambulatori solidali e interventi mobili; il rafforzamento della cooperazione tra Ssn, volontariato e terzo settore; un maggiore impegno per superare stigma e barriere culturali.

Hiv ed epatiti

Durante l’incontro è stato ribadito come la scienza abbia ormai messo a disposizione strumenti molto potenti: antivirali ad azione diretta capaci di eradicare l’epatite C in poche settimane, terapie in grado di controllare l’epatite B e l’epatite Delta, trattamenti antiretrovirali che, se avviati per tempo, possono cronicizzare l’infezione da HIV, azzerare la trasmissibilità del virus (U=U) e garantire una qualità di vita soddisfacente. “Oggi disponiamo di trattamenti capaci di guarire l’epatite C, controllare efficacemente le epatiti B e Delta, mentre possiamo trasformare l’HIV in una condizione cronica non trasmissibile – ha sottolineato il professor Massimo Andreoni, direttore scientifico Simit e membro del Consiglio superiore di sanità –. Eppure continuiamo a riscontrare diagnosi tardive, con numerose difficoltà a far emergere il sommerso di queste infezioni che possono rimanere a lungo latenti prima di manifestare gli effetti più nefasti. Le epatiti virali possono condurre a cirrosi ed epatocarcinoma; l’Hiv può evolvere in Aids, indebolendo progressivamente il sistema immunitario, fino a rendere l’organismo più vulnerabile a infezioni e tumori. Il problema è dunque raggiungere chi non arriva ai servizi: servono screening gratuiti e diffusi”.

Le domeniche del cuore

Le “Domeniche del cuore”, iniziativa della Fondazione Dignitas Curae, rappresentano un modello concreto di medicina “di prossimità”: cardiologi e volontari portano competenze e apparecchiature nei luoghi della marginalità. “Ogni volta intercettiamo persone con patologie cardiache gravi che ignoravano di averle – ha spiegato il professor Massimo Massetti, direttore Area cardiovascolare e cardiochirurgia, Fondazione IRCCS Policlinico A. Gemelli, Roma –. Povertà e isolamento impediscono anche solo di farsi visitare. Per questo continuiamo a scendere in strada: nel 2026 aumenteremo le tappe, a Roma e in altre città. Il nostro obiettivo è quello di umanizzare le cure. Il progetto, infatti, mira a porre il paziente al centro e i medici intorno”. Proprio per il prossimo anno, ai cardiologi si uniranno anche i medici di medicina generale con la Simg che ha aderito al progetto e gli infettivologi della Simit.

La cura come momento che restituisce dignità

Il riferimento al Manifesto per la Dignitas Curae, già firmato da Papa Francesco, dal presidente Mattarella e da autorevoli rappresentanti del mondo sanitario a partire dal ministro Orazio Schillaci, ha offerto una chiave di lettura più ampia. “La cura non è solo trattamento: è relazione, accoglienza, presa in carico – ha ricordato monsignor Mauro Cozzoli, professore emerito Teologia Morale, Pontificia Università Lateranense e anima del progetto –. Una medicina frammentata rischia di vedere la malattia e non il malato. La dignità della persona comporta la dignità della cura, soprattutto nelle situazioni di fragilità. Di qui – come si esprime il Manifesto – l’esigenza di una ri-umanizzazione della medicina, volta a ritrovare il carattere umano che le è proprio, ponendo al centro dei percorsi di cura la persona, in un approccio olistico che polarizzi l’attenzione sulla totalità inscindibile delle componenti fisica, emotiva, spirituale e sociale. Una medicina empatica, che rimuove distanze e divari medico-malato e valorizza le relazioni che sono tempo di cura anch’esse”.

Il ruolo della medicina generale

In questo progetto, la medicina generale si è confermata in prima linea nell’intercettare chi vive fuori dai percorsi istituzionali e nel collaborare a future iniziative. “Noi medici di famiglia siamo stati più volte in piazza San Pietro, abbiamo girato con i camper, ci siamo recati negli ambulatori solidali: il nostro compito è sempre quello di stare vicino a chi non ha voce – ha spiegato Loris Pagano, referente Simg per il sociale –. Abbiamo sempre cercato di ampliare gli screening per patologie infettive come Hiv e Hcv e per malattie croniche. La prevenzione e la rete tra istituzioni e volontariato rappresentano i punti di riferimento: le esperienze di numerose realtà dell’associazionismo cattolico e del volontariato in generale a cui la Simg ha preso parte negli anni mostrano che si può fare molto di più”.