Una ricerca condotta dall’Università di Trento analizza le prime testimonianze dell’uso del fuoco sui resti umani in Italia e dimostra che questa pratica era presente nel Nord della penisola già nel Neolitico Antico, circa 7.000 anni fa. Lo studio propone inoltre, per la prima volta, una mappa delle evidenze e ne illustra le tappe principali di sviluppo e diffusione in Italia. “Da quando l’uomo ha scoperto e imparato a controllare il fuoco, lo ha utilizzato per difendersi, cucinare, riscaldarsi, forgiare metalli e socializzare – informa l’ateneo -. Oltre agli usi quotidiani, questo elemento ha avuto anche un significato simbolico e rituale, legato al passaggio nell’aldilà. La ricerca, pubblicata su Archaeological and Anthropological Sciences, mostra che già nel Neolitico Antico il fuoco veniva impiegato come strumento di trasformazione dei resti umani, anticipando le pratiche di cremazione note in epoche successive”. Il primo autore è Omar Larentis, assegnista di ricerca del Dipartimento di lettere e filosofia sostenuto nel suo lavoro anche da Fondazione Caritro. La coordinatrice scientifica è Annaluisa Pedrotti, docente di preistoria e protostoria nello stesso Dipartimento e responsabile del Laboratorio Bagolini di archeologia, archeometria e fotografia.
La novità
Rispetto agli studi precedenti, il principale elemento di novità risiede nell’approccio adottato dal team di ricerca, caratterizzato da una prospettiva internazionale e multidisciplinare. Lo spiega Larentis: “Chi ci ha preceduto, nel valutare la presenza di ossa umane bruciate, tendeva a interpretarle come evidenze di cremazione, di veri e propri rituali crematori. In realtà, questa definizione non è del tutto corretta. A nostro avviso, la cremazione può essere definita tale solo quando si tratta di un rituale pianificato, condiviso e codificato all’interno di una comunità, il cui obiettivo è la combustione dei tessuti molli del corpo attraverso l’uso del fuoco”. Riti che l’antropologo e il gruppo di ricerca hanno ricostruito attraverso un’analisi accurata: “Abbiamo spostato lo sguardo indietro di qualche millennio rispetto all’epoca in cui si può effettivamente parlare di cremazione, interpretando le tracce osservate non come testimonianza di un vero e proprio rito crematorio, ma come espressione dell’utilizzo del fuoco quale elemento di trasformazione dei resti umani – ha aggiunto -. Si tratta di aspetti che richiedono ancora ulteriori approfondimenti, poiché variano da sito a sito. L’approccio adottato ha tuttavia permesso di elaborare, per la prima volta, una mappa cronologica della distribuzione di queste evidenze durante il Neolitico antico italiano, contribuendo a delineare con maggiore chiarezza il fenomeno”. Per arrivare a queste conclusioni, i ricercatori hanno condotto analisi macro e microscopiche su oltre seimila frammenti ossei, distinguendo tra resti umani e animali.