Di sostenibilità, impatto ambientale, di nuove patologie correlate all’inquinamento atmosferico e del ruolo centrale giocato dai medici di medicina interna nel percorso da ospedale a territorio, se n’è parlato al 126° congresso nazionale della Simi – Società italiana di medicina interna. Quest’anno sono stati proposti contenuti di grande attualità con focus sulla ricerca clinica e traslazionale più innovativa affiancati da momenti di confronto dedicati ai temi della politica sanitaria. “Una delle caratteristiche principali della medicina interna è la sua sostenibilità – spiega il presidente della Simi, professor Nicola Montano – intesa come capacità di prendere in carico il paziente nella sua globalità ottimizzando l’uso delle risorse diagnostico-terapeutiche, e mettendo al centro del percorso del paziente non solo outcomes ma anche safety. L’appropriatezza clinica che ne deriva è un modo anche di mantenere una sostenibilità economica, fondamentale in un Ssn che deve affrontare le sfide della multimorbilità e delle interazioni con le problematiche sociali di una popolazione che invecchia sempre più. Last, but not least, l’appropriatezza clinica si traduce anche in sostenibilità ambientale, visto che i sistemi sanitari, globalmente, sarebbero la quinta “nazione” per produzione di gas serra. Perciò, se da un lato vogliamo stigmatizzare sempre più il ruolo cruciale della lotta all’inquinamento atmosferico nella prevenzione delle malattie croniche, dall’altro vogliamo parlare di e perseguire il più possibile l’appropriatezza clinica perché’ il suo impatto non è solo sui singoli pazienti ma su tutta la comunità”.
La sostenibilità ambientale del Ssn
Le strutture sanitarie hanno un impatto ambientale rilevante, dovuto principalmente all’elevato consumo di energia per essere sempre operative, alla necessità di garantire standard igienico-sanitari rigorosi, all’uso intensivo di risorse idriche e materiali e alla consistente produzione di rifiuti ad alto impatto smaltiti come rifiuti speciali anche dal punto di vista volumetrico. “Si aggiungono poi gli effetti del cambiamento climatico sulla salute: le malattie croniche (cardiovascolari, respiratorie, renali) sono aggravate da ondate di calore, inquinamento e eventi climatici estremi. Il medico di medicina interna ha spesso a che fare con pazienti, spesso tra i più vulnerabili, con multi-patologia. Per non dire dell’aumento degli accessi in Pronto soccorso e i ricoveri nei periodi estivi, con un impatto diretto sulla medicina interna”, ricorda la dottoressa Carla Ancona, al dipartimento di epidemiologia del servizio sanitario Regione Lazio.
Gestione delle cure
Il medico di medicina interna può contribuire attivamente alla gestione delle cure tenendo conto dell’impatto ambientale che hanno molti esami diagnostici o anche farmaci. “Esattamente. Ci sono anzitutto considerazioni di appropriatezza prescrittiva che vanno fatte – sottolinea a sua volta il professor Sergio Harari, ordinario all’Università di Milano -. Queste riguardano soprattutto le esposizioni di pazienti ad esami radiologici, Tac, risonanze ed in genere la diagnostica per immagini che hanno un certificato impatto sull’ambiente oltre che nei costi da sostenere, ma possono anche riguardare altre aree diagnostiche. D’altra parte, per ciò che riguarda l’area pneumologica, alcuni devices per i broncodilatatori, per esempio, sono dispositivi medici difficilmente riciclabili e con impatto ambientale importante. Bisognerebbe quindi considerare anche la scelta dei farmaci non solo in base alle molecole, ma anche in considerazione del device che consente l’erogazione della molecola”.

“E’ vero, il medico di medicina interna può fare molto per ridurre le cure inappropriate. Esistono molte iniziative come la campagna Choosing Wisely, che si occupano di fornire consigli pratici per percorsi di cura condivisi con il paziente che siano appropriati, non ripetitivi di test o procedure già eseguiti e privi di rischi eccessivi. Come Società italiana di medicina interna abbiamo pienamente aderito all’iniziativa e recentemente stiamo esplorando anche le possibili implicazioni ambientali legate alla riduzione di cure non appropriate o di scarso valore per il paziente. Ci siamo chiesti se l’impatto ambientale potesse avere un ruolo nella valutazione costi benefici dei trattamenti che noi medici prescriviamo – avverte il dottor Ludovico Furlan, medico e ricercatore al Policlinico di Milano -. Oltre la diagnostica per immagini, ci sono molti atti medici che hanno un beneficio limitato a fronte di rischi consistenti per il paziente e conseguenze ambientali. Alcuni dati dell’Ocse stimano che fino al 30% degli investimenti in sanità potrebbero essere spesi in cure di basso valore per il paziente. Dal punto di vista ambientale, il primo passaggio da fare è sensibilizzare i medici internisti del fatto che la sanità e le cure che loro prescrivono quotidianamente hanno un impatto. Il secondo passaggio fondamentale è che questo impatto va misurato. Sarebbe molto utile elaborare metriche che tengano conto, nel bilancio costi benefici, anche dell’impatto ambientale come elemento di valutazione rispetto all’appropriatezza o meno di un percorso di cura, di un trattamento o di un esame diagnostico. Noi pensiamo che l’aspetto ambientale debba essere inserito proprio in quella bilancia di costi benefici sulla valutazione di un trattamento o di due trattamenti alternativi, come per esempio è valutato l’aspetto economico”. In assenza, ancora, di una strategia nazionale completa per la sostenibilità sanitaria del Ssn in Italia, si possono comunque già programmare alcune azioni per ridurre l’impatto ambientale in sanità. Per esempio, “studi dimostrano che modelli di assistenza domiciliare integrata o di transizione ospedale-territorio riducono i ricoveri evitabili e gli accessi inappropriati, abbattendo l’impatto ambientale legato a trasporti, farmaci e consumo di risorse ospedaliere – prosegue la dottoressa Ancona -. Oppure, che il 60% dei farmaci prescritti in età avanzata è potenzialmente inappropriato o sovrapposto, con impatto economico e ambientale. Una deprescrizione sicura, guidata da dati clinici, migliora gli esiti clinici e riduce l’inquinamento farmaceutico (es. residui nei reflui). Infine, la gestione per intensità di cura e la riduzione della degenza media favoriscono modelli più sostenibili”.